Kuantan e Taman Negara

•Giugno 19, 09 • Lascia un Commento

Abbandoniamo, a malincuore, Pulau Kapas per visitare il Parco Nazionale del Taman Negara. Si tratta di un ampio tratto di foresta equatoriale e molti di noi sono attratti dalla possibilità di metterci piede. Il viaggio sarebbe lungo, quindi decidiamo di spezzarlo in due tappe, dormendo una notte a Kuantan. Approfittiamo di questa tappa per passare una serata a Telok Cempadak, una località “alla moda”, una sorta di Rimini malese. Mangiamo in una piazzetta circondata da localini che propongono specialità malesi e cinesi… ed il cibo estremamente speziato ed un po’ monotono che sperimentiamo in questi giorni comincia a trovare le prime resistenze all’interno del nostro gruppo… Qui trovare una birra è fin troppo semplice e lo facciamo entrando in un pub che di malese non ha neppure il barman.

Il mattino successiva lasciamo Kuantan per Jerantut e quindi per il molo da dove, in tre ore di una canoa a motore, raggiungiamo Kuala Tahim, la porta d’accesso al Taman Negara.

Non abbiamo voglia e soprattutto tempo di farci un’escursione guidata nel Parco: ci vorrebbero almeno due giorni ed il 9 dobbiamo essere di ritorno a Kuala Lumpur per il primo appuntamento del lungo matrimonio di Jack ed Anusha. Allora optiamo per una passeggiata in autonomia, finché non incappiamo in un tratto del sentiero colmo di sanguisughe che tentano in ogni modo di arrivare alla nostra pelle. Questo imprevisto ci scoraggia un po’ ed allora facciamo retromarcia ed affrontiamo il Canopi Walkway: un percorso sopraelevato tra le chime degli alberi. Un’emozione incredibile… anzi, direi proprio una gran fifa per chi ha paura dell’altezza come me! Durante il percorso vediamo scimmie e scoiattoli. Poi, tornando verso “casa” incontriamo sul nostro percorso alcuni varani che si stanno godendo l’ultimo sole della giornata. A Kuala Tahim ci fiondiamo in internet per scoprire i risultati elettorali delle amministrative italiane… ma sarebbe stato meglio rimanere nell’ignoranza…

L’ultima sera godiamo della cucina del Park Lodge, la struttura dove siamo ospitati e dove, lo scopriamo ahinoi troppo tardi, si mangia veramente bene anche un semplice Fried Rice col pollo.

Pulau Kapas

•Giugno 19, 09 • Lascia un Commento

Il viaggio in Malesia pensato quasi un anno fa per il  matrimonio di Giacomo, inizia a Kuala Lumpur. Arriviamo il primo di giugno e siamo in quindici, ma il gruppo si divide e, mentre la famiglia di Jack noleggia un furgone e si dirige a sud, noi sette compriamo un biglietto aereo con l’Air Asia e ci spostiamo a Kuala Terengganu. Vogliamo farci un po’ di mare e seguiamo i consigli di una amica che ci ha raccomandato una piccola isoletta fuori dai circuiti turistici più classici: Pulau Kapas.

Sfruttando i numeri i telefono della Lonely Planet (probabilmente l’unica volta che questa pessima edizione della guida c’è stata di reale aiuto per il viaggio), troviamo delle capanne al KBC, un insieme di casette proprio sulla riva dell’isoletta, spartana ma accogliente. La traversata in barca ci costa quasi quanto una notte nelle capanne del KBC, ma dall’altra parte ci aspetta, per la gioia delle nostre donne, Kaian, il bell’indiano gestore della struttura.

L’atmosfera del posto ci affascina e decidiamo di rimanerci per tre notti… anche per riprenderci dai disturbi intestinali che, piano piano, ci colpiscono tutti e sette. In questi giorni di mare prendiamo il sole, passeggiamo, mangiamo ed assaggiamo, ma l’attività che più ci conquista è probabilmente lo snorkeling. Passiamo un’intera giornata con maschera e boccaglio e le nostre schiene a sera sono purpuree… nonostante la protezione solare 40 che ci spalmiamo copiosa. La barriera corallina, molto in superficie e ricca di coralli e pesci, è una piacevole scoperta per molti di noi.

Una delle tre sera, intenti nella ricerca di una birra, merce rara e costosa in Malesia, ci spingiamo ad est fino ad un piccolo bar gestito da un locale che si definisce discendente di pirati. Lui, un po’ sbronzo, ci racconta che la vita a Pulau Kapas per lui non rappresenta un business, ma uno stile di vita. Le giornate in effetti qua scorrono tranquille, senza bisogno di guardare l’orologio. Ci prendiamo una Tiger – la birra malese – e torniamo nelle nostre casette.

Gulu

•Marzo 17, 09 • Lascia un Commento

La situazione a Gulu è ben diversa da quella della capitale Kampala. Ci siamo passati perché è lì che dovrebbe svilupparsi il progetto, ma ci siamo stati per non più di un paio di giorni. Gulu è stato un impatto bello forte. Con la mia guida siamo stati a visitare i suoi conoscenti e sono entrato in contatto con delle storie che ti fan star male… come quella della ragazza rapita e violentata dai guerriglieri e che da questa esperienza ha ricevuto una figlia e l’HIV, o la ragazza di 18 anni che ha visto uccidere i i genitori e che si trova adesso a fare da madre a padre per 7 fratelli minori. Gulu è poi una città estremamente umanitarizzata. Jeep dell’ONU piene di muzungu (i bianchi) che sfrecciano ed alzano la polvere dalle strate sterrate del centro, case e progetti dell’US aid, di Amref, dei Medici Senza Frontiere, della FAO e dell’UNICEF solo per citarne alcuni. Un business. Un giro di soldi talmente ingente da far pensare che il governo ugandese lasci questa regione in una situazione di instabilità proprio per non perdere i benefici dell’industria umanitaria.

E’ qui che il progetto dovrà tentare di inserirsi, senza però rappresentare l’ennesima cattedrale nel deserto, ma cercando di offrire una opportunità di sviluppo per la regione ed una spinta verso la sicurezza alimentare degli abitanti di questa zona. Si tratta appunto di rivitalizzare un’azienda agricola, abbandonata a se stessa a metà degli anni ’80, quando a Gulu arrivò la guerra. Ci sono già un sacco di cose e c’è tanta gente disposta a lavorare, ma dopo 20 anni di paura e di coprifuoco, nessuno ha più le conoscenze per piantare e coltivare. E’ una bella scommessa.

Il Nord Uganda

•Marzo 16, 09 • Lascia un Commento

Il Nord del paese sta uscendo da un ventennio di guerra fra l’esercito governativo ed i ribelli del Lord’s Resistance Army (LRA). Buona parte degli Acholi, l’etnia che vive nell’area colpita dalla guerra, è stata costretta a trasferirsi nei campi profughi per sfuggire alle incursioni dei ribelli. La creazione di questi campi (detti IDP, Internal Displaced People) ha attivato un importante contingente umanitario, ma allo stesso tempo queste strutture permettono al governo ugandese di esercitare il proprio controllo sulla popolazione locale, storicamente avversa all’attuale dirigenza politica del paese. Con la presa del potere da parte di Museveni, infatti, molti dei capi dell’esercito governativo (storicamente di maggioranza acholi) è stata cacciata ed è tornata nelle proprie case nell’Acholiland (la regione di Gulu). Questo esodo interno ha contribuito ad amplificare la crisi, dando il via alla nascita del movimento ribelle .

Le azioni della guerriglia sono state caratterizzate, sin da subito, da una violenza incredibile: rapimenti di bambini e bambine per farne giovani soldati o schiave sessuali, torture, mutilazioni. La popolazione ha vissuto così senza alternative: tra la tortura e le precarie condizioni umane nei campi profughi, è stato naturale scegliere per questa seconda possibilità.

Oggi le regioni settentrionali sono stabili. Dal 2007 i ribelli dell’LRA si sono spostati nella Repubblica Democratica del Congo e l’intervento richiesto nell’area di Gulu e Lira non è più solo di emergenza, ma si comincia a pensare allo sviluppo economico ed umano. Molte delle ONG che hanno storicamente gestito l’emergenza stanno abbandonando l’area, i profughi che hanno vissuto molti anni nei campi di concentramento stanno, lentamente, tornando alle proprie terre.

Kampala

•Marzo 14, 09 • 1 Commento

Kampala è proprio una bella citta’. Non l’ho girata moltissimo perché qui sono in periferia ed ogni giorno c’è qualcosina che mi costringe a stare nei dintorni di casa, però da l’idea di una bella e incasinata metropoli. Con i Boda boda che intasano il traffico, le macchine che si infilano da per tutto ed il Lago Vittoria a visto poco lontano dal centro. Dalla tomba dei Re Buganda si vedono tre colline, ognuna delle quali è sormontata dai templi delle tre principali religioni presenti qua: la più grande moschea dell’Africa Subsahariana costruita da Gheddafi, la seconda più grande cattedrale cattolica e la chiesa protestante. Si ha una bella idea di integrazione. Ed effettivamente Kampala è un terribile miscuglio di etnie e popoli, grazie anche alle guerre di questa regione che hanno provocato ondate migratorie ed intervalli regolari (ci sono i ruandesi, i somali, gli etiopi, i burundesi, i congolesi e chiaramente i muzungu, noi bianchi), ma anche grazie a tutte le tribù presenti in Uganda che ne fanno un gran mosaico di genti, lingue e costumi. In realtà tutto questo miscuglio dei problemi li crea, anche se in misura minore rispetto al passato, quanto tra etnie diverse ci si ammazzava e nascevano le faide. Il mio autista è un ragazzo di etnia acholi originario di Lira, i cui genitori sono stati uccisi dai karamoja del nord est ed è stato costretto a migrare nella Capitale per non morir di fame. Qui i missionari italiani l’hanno aiutato ed adesso racconta la sua storia come confinata in un passato lontanissimo… ma tutto è successo poco più di 10 anni fa…

Uganda

•Marzo 03, 09 • Lascia un Commento

Andare in Africa non è sufficiente ad essere utili a questo continente, ancora meno a fare del bene agli africani. Da domani sera sarò in Uganda per uno studio di fattibilità per un possibile progetto agricolo. Il timore è quello di rappresentare “uno in più”, uno dei tanti che vivono sulle disgrazie di questo continente senza capirne i reali bisogni… la speranza è invece di riuscire a capire un po’ cosa noi possiamo fare per loro, senza la pretesa di imporci o sostituirci agli africani.

Un po’ di link con informazioni e storia dell’Uganda:
Info dal Ministero degli Esteri e dall’ACI

Sito del turismo in Uganda

Scheda sull’Uganda di Wikipedia

Cohiba

•Febbraio 03, 09 • Lascia un Commento

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L’Havana

•Gennaio 28, 09 • Lascia un Commento

L’ultimo giorno del 2008 lo passiamo a L’Havana Vieja: ci perdiamo, ci ritroviamo, compriamo sigari e pizze. L’Havana Vieja è molto più “curata” e bellina del Centro Havana, ma è sicuramente meno vissuta e meno popolare della decadente e suggestiva Centro Havana. Ceniamo in un paladar (ristorante privato, una delle poche attività imprenditoriali private permesse a Cuba) nel Vedado, il quartiere dove siamo ospitati. Il paladar si chiama “El Gringo Viejo” ed è un locale carino con cucina cubana ed internazionale. Nei giorni successivi proviamo un altro paladar validissimo, forse il migliore provato nelle tre settimane: si chiama “Casa Doña Juana” e si trova in Calle 19, n° 909, sempre nel Vedado.
Il primo di gennaio è l’anniversario della vittoria della Rivoluzione e nel 2009 si festeggiano i 50 anni. Raul Castro parlerà a Santiago, mentre qui a L’Havana è prevista una grande festa in piazza, più precisamente al Palco Antimperialista sul lungomare ci sarà un concerto di salsa. Al concerto sembra che la molta gente in piazza sia lì soprattutto per la musica e sia poco interessata al discorso politico fatto ad inizio serata.
I giorni successivi, gli ultimi tre del nostro viaggio, li passiamo ancora a L’Havana e dintorni. Aver lasciato la Capitale come ultima tappa del viaggio si rivela una scelta vincente: è una città impegnativa ed è bene aver chiaro come funziona questo strano paese per potercisi muovere agilmente.

Viñales

•Gennaio 28, 09 • Lascia un Commento

Siamo in pullman molto presto. Ci fermiamo a L’Havana dove cambiamo bus, anche se fuori dalla stazione dei Viazul dei tassisti tentano di farci credere che non ci sono trasporti disponibili fino ai primi giorni di gennaio… invece il posto c’è e si parte quasi subito.
A Viñales c’è la padrona della nostra casa particolar che ci aspetta alla fermata del pullman, assieme ad un’altra ventina di donne munite di foto delle proprie case ed in cerca di turisti da ospitare. Il paesino è veramente grazioso e decidiamo che questo possa essere il posto giusto dove posare lo zaino e fermarsi un po’ a riposarsi.
Il 27 dicembre lo passiamo in relax e organizziamo i prossimi giorni. Utilizziamo la giornata per conoscere Viñales, compreso El Jardin de Caridad, un intricato giardino di piante, arbusti, fiori ed alberi tenuto da una vecchia suora (Caridad appunto) ultracentenaria che, a fine visita, si mette a chiacchierare con noi. A casa “Villa Nora”, dove siamo ospitati, si fanno delle grandi e buone mangiate, quindi dopo cena abbiamo bisogno di far due passi e prenderci un moijto: lo facciamo a El Patio del Decimista, un locale bellino dove si fa musica dal vivo.
Il 28 ci aggreghiamo ad una gita organizzata dell’Havanatur ed andiamo a Maria la Gorda, una classica spiaggia caraibica (vista una viste tutte…), ma che offre uno degli scenari subacquei più belli di tutta Cuba. Il mondo sottomarino è incredibile e la mezz’ora sott’acqua è una delle esperienze più emozionanti della mia vita. Vediamo murene e barracuda, coralli e banchi di pesci coloratissimi. Prima di tornare a Viñales ci prendiamo un po’ di sole.
Sempre tramite l’Havanatur il 29 andiamo a fare una passeggiata nei dintorni del paesino. Ci accompagna Ronaldo, un laureato in Scienze Naturali che lavora come guida al Parco della Valle de Viñales. Il semplice percorso che facciamo in realtà non avrebbe bisogno di una guida, ma è interessante farsi raccontare un po’ di cose da Ronaldo. Facciamo pausa da un contadino, da cui compriamo sigari home made e canchanchara (succo di pompelmo con rum e miele) ed è qui che passiamo l’ora più bella della mattinata: chiacchieriamo con Ronaldo e la famiglia del contadino. Ci raccontano come è la vita di chi lavora in agricoltura qui a Cuba: ad ogni contadino viene lasciata la possibilità di coltivare una parte di terra per l’autoconsumo e per la vendita, ma il resto della produzione viene acquistato dallo Stato, pagandolo a seconda della qualità raggiunta… comunque poco… Come tutti i cubani, anche per i contadini quindi non è facile arrivare a fine mese ed i 20$ che gli lasciamo per i sigari rappresentano per loro un importante integrazione del reddito. Questo è vero soprattutto in questo anno, perché anche in questa zona è passato il ciclone ed ha distrutto molte colture. Ci raccontano anche di come lo Stato non rispetti le liste di attesa per le riparazioni necessarie dopo il ciclone, ma che vengono assistite solo le famiglie che possono permettersi di corrompere qualche funzionario. Chissà come e quando Cuba riuscirà a risolvere queste grandi contraddizioni.

Trinidad

•Gennaio 27, 09 • Lascia un Commento

Trinidad è veramente una cittadina graziosa. Ce la rovina un po’ il proprietario della casa particular, Carlos dell’Hostal Trinidad Colonial, il meno ospitale incontrato in tutto il nostro viaggio… e sicuramente il più “furbetto”, che riesce a presentarci un conto salatissimo dei quattro giorni di permanenza. Comunque sia dormire in casa particular (le case private) è il miglior modo per conoscere la “vera Cuba”, per stare a contatto coi cubani ed anche per risparmiare un pochino. Oltre ad ospitarti per la notte, le case private fanno anche da mangiare (anche se non potrebbero…) e questo è comodissimo in un paese dove i ristoranti non sono così facili da individuare, soprattutto nei circuiti fuori da quelli più turistici.
Dedichiamo una giornata intera a girellare per la piccola cittadina: la Plaza Mayor, l’escursione al Cerro de Vigia, un moijto alla Casa de la Música, il mercatino dell’artigianato, il Museo dell’Architettura.
Gli altri due giorno sono riservate a delle escursioni “fuori porta”.
Il 24 dicembre noleggiamo due bici e pedaliamo verso Playa Ancon, una nuova spiaggia da resort, ma con ancora alcuni tratti di spiaggia “libera” e facilmente accessibile. Noleggio pinne e maschera e faccio un giretto nei primi tratti di barriera corallina più prossimi alla costa. Qui i cicloni autunnali non sembrano aver colpito troppo duro ed è gradevole farsi baciare dal sole.
Per Natale invece noleggiamo un motorino e ci dedichiamo all’entroterra. La nostra metà principale è la Torre Iznaga, un’alta torre di fine XIII sec., utilizzata da un latifondista della canna da zucchero della zona per controllare i lavori degli schiavi. Visitata la torre, continuiamo a girare seguendo i consigli della mia Lonely Planet e dei cubani che incontriamo per strada: passiamo dall’abitato di Condado, che ci ricorda la frontiera dei pionieri americani, poi la Casa Guachinango e il Sitio Guaimaro… posti bellissimi, persi in una vallata da sogno. Sulla via del ritorno siamo attratti da una ciminiera e scopriamo una vecchia fabbrica di lavorazione dello zucchero di canna: lo scheletro dell’edificio, i treni abbandonati all’ingresso, gli arnesi degli operai ci danno come l’impressione che la fabbrica sia stata abbandonata di punto in bianco, oramai parecchi anni fa.
Tornati a Trinidad ci concediamo una nuova serata di balli sfrenati sulla scalinata della Casa de la Música.