Da Caia a Chimuara

•ottobre 09, 11 • Lascia un commento

Domenica mattina. Facciamo una passeggiata per raggiungere il ristorante di un amico italiano di là dallo Zambeze. Una decina di chilometri. Partiamo presto, per poter evitare il sole forte della tarda mattinata, anche se la giornata è nuvolosa e l’estate non è ancora arrivata. La sera precedente c’è stato un concerto al campo sportivo fino a tardi, quindi Caia è ancora addormentata… ma al mercato qualche banchino è comunque aperto. Veniamo fermati più volte lungo la strada polverosa: uno dei compagni di passeggiata è una vecchia conoscenza di Caia, appena tornato dopo qualche mese di lontananza. E’ bello vedere come la gente gli sia affezionata e riconosca il suo impegno qua, non tutti gli italiani che passano da Caia possono vantare un affetto tanto incondizionato, come quello che i caiensi provano per Andrea dopo 6 anni di attività tra il microcredito e la banca di Sena.

Passiamo la Piazza del Partito, la Pensione Maia e prendiamo il cortamato che passa davanti alla moschea e sbuca alla Paragem da Beira, il groviglio di baracche, genti e merci della fermata dell’autobus per Beira. Gli occhi dei locali sono puntati su di noi: tre azungo che camminano e non vanno su un gippone, non sono una cosa comune da vedere da queste parti. Camminiamo lungo la Estrada Nacional n°1, costeggiando gli orticelli sul margine dello Zambeze, fino al Ponte Emilio Armando Guebuza, il ponte che collega Nord e Sud del Mozambico, inaugurato 3 anni fa e costruito da italiani, portoghesi, cinesi, svedesi.

Il livello del fiume è basso, non fa paura, ma Andrea racconta a me e Maddalena di piene impressionanti, di coccodrilli ed ippopotami e di quando ancora non c’era il ponte ed un camion poteva attendere anche una settimana prima che l’unica chiatta disponibile (negli ultimi anni erano poi due) potesse portarlo dall’altro lato, in Zambesia. Anche noi ci arriviamo in Zambesia, dopo poco più di 8 km di cammino. Le bici-taxi ci guardano stupiti e commentano. Le donne sedute ad aspettare lo chapa ridacchiano nel vederci passare. Chimuara è il primo abitato di là dal fiume, Distretto di Mopeia, ma tutti gravitano su Caia da quando c’è il ponte.

Siamo arrivati alla nostra meta dopo due ore di cammino e ci godiamo il nostro refresco.

Fiera agricola!

•settembre 24, 11 • Lascia un commento

La vita dei contadini è difficile: la terra purtroppo sta in basso, ma con una zappa ci si arriva più facilmente. La vita dei contadini in un distretto rurale dell’Africa lo è ancora di più, perché spesso riuscire a comprare quella zappa non è così semplice. E non mi riferisco soltanto ad un problema di quattrini, la difficoltà maggiore è trovare qualcuno che venga fino da te, alla fine del mondo, a venderti quello che ti serve per coltivare il tuo orto. Per questo il mondo della cooperazione agricola s’è inventato uno stratagemma per convincere i fornitori a muoversi dalle grandi città e spostarsi nella provincia: offrire al contadino un potere d’acquisto maggiore di quello che sarebbe nelle sue possibilità, in modo da gonfiare il volume d’affari e giustificare così i costi che i vari fornitori devono sostenere per arrivare lontano dalla sede. Nella pratica i beneficiari comprano, con un valore simbolico, un blocchetto di assegni già compilati, del valore di cinque o dieci volte il loro contributo, da spendere in un giorno specifico in cui le imprese vengono invitate ad apparire in un luogo definito: la fiera agricola. L’organizzazione che ha progettato la fiera poi paga il resto del valore alle imprese. Lo ammetto: questa tecnica sa un po’ di assistenzialismo, ma con le giuste attenzioni può diventare un utile espediente per il miglioramento delle condizioni di lavoro dei contadini, come per esempio se i beneficiati non sono persone scelte a caso, ma agricoltori formati nelle tecniche migliorate, nella pianificazione agricola, nella gestione della produzione.

Il tempo al servizio dell’uomo

•settembre 10, 11 • 2 commenti

Assieme a Ferrão (il direttore dell’azienda agricola modello che appoggiamo qua a Caia) sto cercando una nuova area per sviluppare il settore di produzione zootecnica dell’azienda. L’interno del Distretto è ancora molto poco popolato: poche capanne, vasti spazi e l’incessante richiesta di terre da parte di ricchi mozambicani per l’allevamento bovino, o di multinazionali principalmente per lo sfruttamento delle risorse forestali o per i biofuels. E’ in questa zona che andiamo alla ricerca dei 250 Ha che possano fare al caso nostro. Alle 11:30 salgo a bordo del Toyota Hilux e schiaccio sull’acceleratore.

Per la richiesta di un terreno, esiste una lunga trafila burocratica, ma per noi – che lavoriamo con la comunità – le cose sono, se possibile, ancora più complesse e dobbiamo essere oculati nei passi da compiere. Si comincia quindi col coinvolgere la comunità locale ed il suo principale rappresentante: il regulo. Nel nostro caso il Regulo Chipende, di recente insediamento, che ci accoglie nella sua casa. Ci sediamo e, dopo essersi informati dello stato di salute delle rispettive famiglie, raccontiamo quello che cerchiamo, o meglio: Ferrão glielo spiega in Chisena, la lingua locale. Il Regulo sembra capire e ci dice che sa di un’area vasta e non occupata a fianco di quella di suo zio. Mi chiede in prestito il mio cellulare e lo chiama. Lo zio sembra intenzionato ad accompagnarci, a patto che al rientro porti il suo carico di cavolo verza al mercato di Caia. Andiamo a casa dello zio, carichiamo l’auto di verza e ci addentriamo ancora di più nel Distretto. Sono già le 13:30.

Dopo una quarantina di minuti in un ambiente meraviglioso, arriviamo alla casa di uno dei sapanda (nella gerarchia delle autorità tradizionali i sapanda vengono subito dopo i regulos, seguiti a ruota dagli nfumo). Come tradizione vuole, appena arrivati ci viene offerta dell’acqua da bere. A malincuore la rifiuto: so di offenderli quasi, ma il colore giallognolo del liquido mi toglie la sete. Di nuovo presentazioni, di nuovo un buon tempo a chiedersi a vicenda come stanno le rispettive famiglie. Regulo e Sapanda parlano in Chisena e Ferrão mi traduce. Cercano di capire quali siano le aree più propizie al nostro scopo, raccontano di quando c’erano i portoghesi prima dell’indipendenza e di quando i mozambicani ricchi di Beira siano arrivati ed abbiano preso della terra senza coinvolgere la comunità. “Per fortuna non come voi, che avete percorso la strada appropriata”. Arrivano anche due nfumo, uno dei quali con un solo dente in bocca, un incisivo, che gli conferisce un buffo sorriso. Finalmente sembrano aver individuato un’area che potrebbe fare al nostro caso. Partiamo tutti tra auto e moto e ci dirigiamo, in comitiva, sul luogo indicato. Sono le 15:20 quando arriviamo sul posto: una enorme savana alberata. Verrebbe voglia di piantarci subito casa.

Il posto è veramente quello che cerchiamo. Torniamo a casa del Sapanda, ci risediamo, ci viene di nuovo servita l’acqua (rifiuto di nuovo anche se sto morendo di sete…). Concordiamo che nei prossimi giorni Regulo, Sapanda e Nfumos si riuniranno per decidere se possono concederci l’area. Poi torneremo qua per demarcare l’area. Sono le 16:00 quando ripartiamo, con la sensazione di non aver concluso nulla, ma con la certezza che per il posto dove stiamo lavorando non esista altro modo per raggiungere un obiettivo. Qui il tempo dev’essere fatto correre perché le cose funzionino.

Arrivo a casa che sono le 17:30, dopo aver forato, cambiato la ruota, essermi accorto che la ruota di scorta era sgonfia, aver scaricato la verza del contadino al mercato di Caia. Solo allora riesco a pranzare.

Geração de rendimento

•agosto 28, 11 • Lascia un commento

Questo sporco mondo capitalista impone, anche a chi proviene da una tradizione che non c’ha mai fatto i conti come quella dei Massena, di  confrontarsi con spese e guadagni, costi e ricavi, entrate ed uscite. Molto di più se devi fare il possibile per rendere sostenibili delle attività che al momento sono finanziate da un partner europeo, ma che in futuro chissà…

Uno dei gruppi locali che stiamo sostenendo qui a Caia, si occupa di assistenza domiciliare ai malati cronici (per lo più sieropositivi), che stanno cercando di fare il possibile per avere delle entrare: la parola d’ordine è “creazione di reddito”, geração de rendimento. Una delle proposte è fare palline di pasta fritta e venderle per strada: attività diffusissima nelle fermate dei bus in Mozambico. Ecco che il primo ostacolo è capire quanto si sta spendendo per poter fissare il prezzo di vendita: farina, sale, carbone per il fuoco, olio per friggere, manodopera. Si tirano le somme e… sorpresa! Scopriamo che i costi di produzione superano, in ogni caso, il prezzo al quale le palline fritte vengono comunemente vendute… non solo dalla nostra associazione partner, ma da tutti coloro che vendono palline fritte (e quindi perché TUTTI lo fanno se ci vanno in perdita!?!). Si pensa di fare palline più piccole o con meno farina… ma poi non comprerebbero mai le nostre, ma quelle più grosse e dense della concorrenza. Dopo un pomeriggio di grattacapi i nostri colleghi decidono di pensare altre fonti di reddito e di abbandonare il business del fritto.

E’ dura la vita in questo sporco mondo capitalista…

Il container

•luglio 31, 11 • Lascia un commento

Finalmente abbiamo ricevuto il container che stavamo aspettando dall’Italia. Ma tra il ricevere il carico al porto di Beira e scaricarlo qui a Caia ci sono di mezzo una serie di operazioni non così scontate. Sicuramente la più complicata è tirar giù il container dal camion, senza avere a disposizione una gru, sperduti in una recondita località della provincia mozambicana. Assieme al personale locale abbiamo ideato un piano “geniale”: l’idea comprendeva una prima fase di svuotamento del container, per poi tirarlo giù dal camion agganciandolo brutalmente con un trattore.

Per lo scaricamento abbiamo utilizzato una rampa di terra battuta costruita per l’occasione… svuotare un container di 40 piedi non è un’operazione di pochi minuti, ma in qualche ora ci siamo riusciti. La seconda parte del lavoro è stata la più complicata… appena agganciato il trattore al container e sganciato questo dal camion, i due mezzi sono partiti nelle due direzioni opposte. Il container s’è mosso, per poi rimanere
penzoloni ed incastrato una volta superato col proprio baricentro la base del rimorchio del camion.

Per complicare ulteriormente l’operazione è iniziato a piovere: era una scena interessante, camion e trattore stavano tirando nelle opposte direzioni con le ruote che giravano a vuoto a causa del fango che si era creato. Per un’ora abbondante non si sono fatti progressi, fintanto che –  probabilmente per pietà verso di noi – la base del container si è liberata dall’ostacolo che la tratteneva ed è venuto giù. Per festeggiare l’evento birra, xima e carril di pollo!

Succede a Caia

•luglio 23, 11 • Lascia un commento

[Rubo e posto una mail che mi è arrivata in questi giorni...]

Appena rientrata sono venuta a conoscenza di una situazione molto grave riscontrata nel quartiere Amilcar Cabral: 5 bambini, il più grande di 16 anni, poi uno di 8, uno di 6 e gli ultimi due di 4 e 3 anni, sono rimasti orfani poco più di un mese fa e circa dieci giorni fa è andata a fuoco la loro capanna, per loro distrazione, pare mentre si cucinavano qualcosa da mangiare. Da 10 giorni quindi questi bambini sono costretti a dormire all’aria aperta e a causa del freddo di queste settimane, il più piccolino è stato urgentemente ricoverato in ospedale, con gravi problemi di malnutrizione. Il piccolo è sieropositivo e questo ci fa pensare che anche gli altri fratelli maggiori possano esserlo. […] Come Cuidados Domicialiarios i responsabili Elias e Zacarias e alcuni attivisti si sono resi disponibili in prima persona per dare continuità alle eventuali cure (il trattamento antiretrovirale) del piccolino. […]

Ci siamo quindi interessati non solo del caso più grave del bimbo in ospedale, ma anche degli altri per capire come fosse possibile che in una realtà come questa, la famiglia non stesse appoggiando i ragazzini. Con l’aiuto di Elias, Zacarias, Josè e Sonia, abbiamo capito che i familiari della defunta madre dei bambini (una prostituta), per questioni tradizionali non vogliono aver nulla a che vedere con loro. L’unica che se ne era preoccupata un po’ in passato è una cugina della madre, che però addolorata ci ha detto che lei non poteva fare più nulla per questi ragazzi, in quanto il marito già più volte ha minacciato di sbatterla fuori di casa se li avesse aiutati ancora.

Ci siamo preoccupati quindi di denunciare la cosa agli “assistenti sociali” che hanno garantito un appoggio in termini di utensili per la casa e un rifornimento di cibo di base, solo che questi acquisti dovranno essere fatti a Beira e quindi non si possono garantire tempi rapidi per la consegna. [...] Ma a questo punto i 4 bambini si trovano ancora all’aria aperta, con una coperta per tutti e con il più piccolino in ospedale. Abbiamo visto che il più grande sta cercando di seguire il bimbo ricoverato (e ricordiamoci le condizioni attuali dell’ospedale), procurare da mangiare agli altri e costruire mattoni tradizionali (per ora ne ha costruiti 300), mentre il secondo si occupa dei due più piccolini.

Ho chiesto al nostro tecnico di costruzioni di fare un piccolo preventivo per l’eventuale realizzazione di una casa tradizionale, ma con copertura in lamiere ondulate e non paglia. Il preventivo, cercando di tagliare al massimo i costi, ma di mantenere un certo livello di qualità e resistenza, è di circa 12.000 mt. […] Visto questo preventivo non mi sono sentita di utilizzare il “fundo vida” (il fondo di solidarietà destinato ai nostri dipendenti) per l’eventuale appoggio alla costruzione di questa casa poiché, essendo un fondo dedicato a tutti i nostri lavorati, avrei rischiato di esaurirlo e non poter garantire l’appoggio ad altri qualora ne avessero avuto bisogno prossimamente.

Ho pensato di presentare la situazione ai nostri collaboratori così come realmente è. Ho spiegato la motivazione per cui non mi sentivo di usare il “fundo vida”, e ho chiesto se come membri di questa comunità avessero idee o potessero contribuire in qualche modo per l’aiuto di questi ragazzini. C’era chi conosceva la situazione e se ne era preoccupato per primo denunciandola tempo fa all’azione sociale, ma senza successo, e c’era chi non sapeva nulla dell’accaduto.

La risposta è però stata unanime e veramente toccante. Tutti hanno deciso che avremmo dovuto fare qualcosa per aiutare il maggiore dei ragazzi a costruire la casa e che ciascuno con le proprie possibilità avrebbe contribuito in qualche modo. C’è chi ha offerto una lamiera, chi 500 mattoni della casa che si stava costruendo, chi vestiti invernali per bambini, molti una parte del proprio salario di fine mese e così via. Quello che è accaduto ieri lo ritengo un esempio di grande umanità e capacità di mutuo-aiuto di una comunità che piano piano sta crescendo.

Questo genere di reazioni e azioni, sono le piccole grandi profonde soddisfazioni quaggiù, che personalmente mi porterò per sempre dentro. [...]

Elena

Da Caia a Beira

•giugno 04, 11 • Lascia un commento

Il viaggio da Caia a Beira non è una passeggiata. Certo, va tenuto conto che negli ultimi anni le cose sono cambiate in meglio, non c’è dubbio! Fino a qualche anno fa l’unica via disponibile era quella interna, praticamente impercorribile durante la stagione delle piogge, spesso bloccata da camion impantanati o in avaria, che costringevano a mettere in conto anche parecchi giorni per poter percorrere i 300 km abbondanti tra le
due città. Oggi esiste una strada “asfaltata”, più lunga di un centinaio di km della vecchia via (430 km in totale), ma fattibili in sei ore… a seconda delle condizioni del manto stradale, degli imprevisti e del mezzo di trasporto a disposizione. Si, perché si va dallo chapa (i furgoni di privati che caricano anche più di venti persone, in un mezzo che ne potrebbe trasportare confortevolmente non più di 9 o 10) che spesso ha visto troppi  inverni e che tende a guastarsi, a forare le ruote tendenzialmente slick , a perdere pezzi od a fermarsi in ogni villaggio, pur di caricare più passeggeri possibili, fino agli autobus più o meno scomodi, con nomi minacciosi, come TPB, Nampula Express, Maningue Nice, TCO, … . Il mezzo privato sono veramente in pochi a poterselo permettere.

Lo chapa parte nel momento in cui è pieno, quindi non ha un orario di partenza prestabilito: se sei fortunato in poche decine di minuti sei in viaggio, se sei sfortunato puoi attendere delle ore per poi sentirti dire che si parte il giorno seguente… Una volta partiti le soste sono però limitate all’essenziale: fare scendere o salire i passeggeri, comprare qualche genere alimentare lungo la strada, assolvere bisogni fisiologici uomini da un lato della strada e donne dall’altro. Tra le quattro e le cinque ore da Caia ad Inchope, poi si cambia chapa ed in altre tre ore, se tutto va bene, si arriva a Beira ammaccati, stanchi, sudati, sporchi, unti e puzzolenti.

Lake Chivero, Harare e HIFA Festival

•giugno 01, 11 • 2 commenti

Prima di affrontare Harare e l’HIFA Festival, decidiamo di concederci un altro giorno di relax e, sfogliando la nostra guida, il Parco del Lago Chivero sembra il posto adatto a noi. In effetti il luogo è magnifico. Affittiamo una grande casa in mezzo al parco, con le scimmie e gli scoiattoli che ci scorrazzano intorno mentre facciamo il nostro barbecue con vista sul lago. Un posto da favola, tanto che siamo quasi tentati di rimanere qua un giorno in più, ma il richiamo di Harare e del festival è più forte: facciamo un giro in auto tra le strade del parco (avvistando gazzelle, zebre, impala, rinoceronti e struzzi) e poi abbandoniamo il lago e ci dirigiamo verso la capitale.

Harare ci impressiona da subito. Da l’idea di una città ricca, o che almeno lo sia stata ricca e che adesso viva di rendita. I palazzoni a specchi, i grattacieli, i viali alberati, ricordano altre capitali di ex colonie inglesi a giro per il globo. Il traffico è caotico ed il dollaro, la moneta usata attualmente in questo paese, sembra aver risollevato una economia in ginocchio solo pochi anni fa. Siamo ospitati allo Small World Backpackers Hostel, un ostello veramente carino ed ospitale, e ci godiamo 3 dei 7 giorni di programmazione dell’Hifa festival.

L’evento prevede alcuni concerti gratuiti, ma la maggior parte sono a pagamento, come anche le esibizioni teatrali ed i balletti. I prezzi variano dai 6 ai 20 dollari, ma il gioco vale la candela. Gli artisti che vediamo sono di ottimo livello e il festival in se è molto ben organizzato, incredibilmente bene, anche a fronte del maltempo che complica le esibizioni all’area aperta.

Siamo partiti per lo Zimbabwe con la curiosità di scoprire questo paese controverso, torniamo a casa con un’ottima impressione e dopo aver trovato una terra davvero affascinante.

Chimanimani

•maggio 22, 11 • Lascia un commento

Chimanimani: l'Hut e il Binga sullo sfondo

Chimanimani

•maggio 22, 11 • Lascia un commento

Dopo il Bvumba, siamo costretti a ripassare da Mutare per poterci dirigere allo Chimanimani. Questo è un parco a cavallo tra Zimbabwe e Mozambico, che sul lato mozambicano comprende il Monte Binga. Questa vetta, con i suoi 2436 m.s.l.m., rappresenta la cima più alta della nazione dove risiedo dal maggio scorso. L’accoglienza al villaggio è ottima e nell’ufficio turistico ci accolgono con disponibilità e cordialità. Troviamo sistemazione in un lodge un po’ fuori dal centro abitato: anche qua riusciamo a dormire con 10$ a testa, in camere doppie e triple stipate di preservativi e istruzioni su come prevenire il colera (probabilmente rimasti qua dall’epidemia che ha colpito lo Zimbabwe un paio di ani fa). Il giorno successivo ci spingiamo nell’esplorazione del Parco. Lasciamo l’auto al parcheggio dell’ingresso del Parco (dove c’è anche la possibilità di campeggiare, ma nessun servizio disponibile, se non la sorveglianza di un guarda parco che ci chiede 10$ a testa di ingresso). Il sentiero che dal Car Park porta al campo base alle pendici del Binga è segnalato da degli omini di pietre, che ogni tanto si perdono e fanno perdere anche noi… La salita è dura, alle volte si è costretti ad aiutarsi con le mani, ma in un paio di ore riusciamo a percorrere i 500 metri di dislivello ed arrivare all’Hut, una struttura con un paio di stanzoni e dei materassi lerci su cui poter trascorrere la notte prima di affrontare il Binga. Da qui in altre due o tre ore si dovrebbe poter raggiungere il Mozambico e la vetta del monte, ma noi non abbiamo tempo e forze sufficienti per affrontare la scalata e quindi rientriamo al Car Park. Dall’Hut si dipartono tutta una serie di altri sentieri per visitare i punti caratteristici del parco: cascate, grotte, ruscelli, vallate e montagne segnalate da una mappa che ci hanno consegnato all’ingresso ed anche i sentieri usati per passare in confine durante la guerra civile in Mozambico, tutt’oggi sorvegliati da soldati armati che appaiono dal niente quando meno te lo aspetti.

 
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