Viaggio attorno al Ghana (Parte seconda: il Mole Park)

•ottobre 30, 13 • 1 commento

Il Toyota Prado ci porta al parco, sfiorando a tratti velocità supersoniche ed abbandonando man mano la rigogliosa e lussureggiante foresta pluviale, per entrare nella savana. Ma non è solo l’ambiente a cambiare, sono anche le case e le persone, sentendo sempre più l’influenza del sahel che si avvicina. Gli ultimi 80 km di strada sono sterrati, ma il nostro autista pare non temere la strada sconnessa e devo chiedergli di rallentare, perché io un po’ invece la temo…

Il lodge del Mole Park è in una posizione idilliaca. Sotto di noi, nel laghetto a qualche centinaia di metri dal ristorante, gli elefanti fanno il bagno assieme ai coccodrilli. Martino impara a dire “coccoio” e “fante”, indicando, entusiasta, gli animali poco lontani. In generale, comunque, non è semplicissimo vedere animali al Mole, ci dicono che siamo fortunati ad aver visto uno dei “big five” africani.

Il giorno successivo al nostro arrivo, facciamo una breve escursione a piedi nel parco, accompagnati dalla guida armata di fucile: vabbé che è difficile incontrare animali, però… Siamo una cinquantina e le guide ci dividono in gruppetti da dieci. Nelle due ore e mezzo di passeggiata vediamo scimmie, facoceri, qualche gazzella, un coccodrillo ed il solito elefante nel solito laghetto. La camminata è molto piacevole ed il sole – coperto da qualche nuvola – ci lascia passeggiare senza ustionarci. Tra le possibilità offerte dal parco ci sono safari in jeep, notti in tenda, escursioni di più giorni. Noi ci accontentiamo delle due ore e mezzo di passeggiata, visto anche il bimbo al seguito.

Nel pomeriggio visitiamo la moschea di Larabanga, la più antica del Ghana, costruita sulle vie commerciali trans-sahariane e che si dice conservi uno dei sette Corani originali. Il luogo è realmente suggestivo: ci intratteniamo finché il muezzin non ci caccia perché è l’ora della preghiera, poi ci spostiamo in un villaggio vicino, dove gli abitanti si sono organizzati per far visitare le loro case ai turisti. Sembra d’essere un po’ allo zoo, ma premiamo questa iniziativa turistica locale visitando il villaggio e comprando del burro di karité, prodotto artigianalmente.

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Il terzo giorno lasciamo il Parco per visitare Tamale e scegliamo un bus locale per percorrere i chilometri che ci separano dalla capitale della Northern Region. Bus che il giorno precedente scopriamo essere stato assaltato da una banda di nigeriani… due assalti in due giorni sarebbero troppi, pensiamo, quindi alle 4 del mattino ci presentiamo alla partenza del bus. Così in quattro ore e mezzo di polvere, galline, sacchi di cassava e di mais, caldo e sudore… arriviamo a Tamale e ci godiamo una delle docce più belle della nostra vita.

Viaggio attorno al Ghana (Parte prima: Kumasi)

•settembre 14, 13 • Lascia un commento

Dopo quasi un anno di permanenza nella Western Region, con un’unica parentesi natalizia in Volta Region, decidiamo di farci un giretto del Ghana. Obiettivi: Kumasi, Mole Park, Tamale. Elena si prende una settimana, io penso alla logistica: decidiamo di prendere due voli aerei, un primo da Accra a Kumasi ed un secondo da Tamale ad Accra, lasciando lo spostamento Kumasi-Mole Park-Tamale ai mezzi via terra… scelta che si rivelerà… impegnativa…

Quindi si comincia con Kumasi.

Alloggiamo in centro, vicino al Museo delle Forze Armate, che non visitiamo, ma che in un cortile interno espone un arsenale di cannoni, carrarmati, elicotteri e persino un piccolo jet, per la felicità di Martino, nostro figlio di 20 mesi. Nei giorni percorriamo spesso a piedi la vivace Prempen II Avenue, coi suoi mille negozi che vomitano mercanzie sui marciapiedi malmessi, altoparlanti che sparano musica a tutto volume, taxi e trotro che si fanno prepotentemente largo nel traffico scarburato africano. La Prempen porta al mercato centrale, il Kajetia Market Kajetia Market(non chiedeteci come si pronunci, ancora non lo abbiamo capito…), il più grande mercato all’aria aperta dell’Africa Occidentale, con le sue oltre 10.000 bancarelle in cui puoi trovare di tutto. Uno spettacolo speciale ed un caos unico, con poche possibilità di fermarsi per i vialetti interni senza rischiare di essere travolti. Martino legato alla schiena di Elena però ha creato, per alcuni minuti, dello scompiglio tra i frequentatori: una bianca che porta suo figlio alla maniera africana non è uno spettacolo che si vede tutti i giorni. Scrosci di applausi per loro e pacche di incoraggiamento per la mamma. Kumasi offre poco più di questo, uno zoo squallidino come molti zoo (anche se promotore della nobile iniziativa di raccogliere gli animali sequestrati dal traffico internazionale di fauna selvaggia) e la residenza del Re degli Ashanti, costruita dagli inglesi per farsi perdonare di avergli dato alle fiamme la residenza tradizionale, ma ha un fascino ad una vitalità che ce l’ha fatta piacere fin dal primo momento. Sarà stato l’orgoglio Ashanti, saranno state le attività artistiche (il più bell’artigianato del Ghana lo abbiamo trovato qua, tra i maestri del National Cultural Center), sarà stata l’offerta commerciale a livelli europei (sarà stato che eravamo in ferie…), ma c’ha dato l’idea di essere lei la vera capitale ghanese, altro che la caotica e sterile Accra.

Lasciamo Kumasi dopo tre giorni pieni, col desiderio di tornarci. Da qui dobbiamo arrivare al Mole Park… ma scopriamo che in pullman non è per niente semplice: probabilmente si dovrebbe andare prima a Tamale (8 ore) e da lì prendere un altro bus per il parco (altre 4 ore) e col pupo al seguito ci sembra troppo. I taxi non accettano di portarci, gli ultimi 80 km di strada sono sterrati e malmessi. L’unica soluzione possibile sembra essere noleggiare una jeep con autista per un viaggio di 6 ore ed è così che decidiamo di fare.

Tamale

•luglio 16, 13 • Lascia un commento

Tamale è la quarta città del Ghana, capoluogo della Northern Region. Alloggio alla Catholic Guest House, poco a nord del centro città. Sono qua per lavoro, ci devo passare un paio di giorni per alcuni incontri. Abituato alla vegetazione lussureggiante della Western Region, qui scopro un altro paese.

Tamale è a maggioranza mussulmana, i nomi delle persone che incrocio tradiscono questa condizione: Abdul, Mohamed, Alhaji. Intorno a me molte donne sono velate e le moschee spuntano ad ogni nuovo incrocio. I viali sono larghi, pianeggianti e polverosi: intorno alla città c’è la savana, riarsa quest’anno dal prolungato ritardo delle piogge. E l’agricoltura ne soffre profondamente: i campi sono pronti per la nuova stagione produttiva, ma senz’acqua i semi non germogliano ed i contadini mi dicono, sconsolati, che sarà un’annata terribile. In fondo l’economia di questa regione si basa sull’agricoltura e sull’allevamento e non si fa fatica ad immaginare che le conseguenze della siccità saranno feroci.

Tamale è anche gente diversa da quella del sud. E’ tanta l’influenza del sahel ed oltre del deserto. Non solo l’abbigliamento, ma anche le facce ed i corpi. Mi dicono che salendo le cose cambino ulteriormente, sempre meno Ghana, sempre più Burkina Faso.

Tamale è anche il circo della cooperazione. Non c’è agenzia governativa presente in Ghana che non lavori al nord, in fondo l’insicurezza alimentare è un dramma che attira fondi, attenzioni, uomini e donne da ogni angolo del pianeta, convinti di salvare il mondo. In fondo anch’io sono qui per questo…

La storia di SuperMario vista dai ghanesi

•marzo 29, 13 • Lascia un commento

Tratto da “Wich Ghana” august 2012

Balotelli è stato abbandonato?

Nella sala della casa della famiglia Barwuah a Konongo nell’Ashanti Region, le fotografie dei membri della famiglia adornano le mura. Ci sono le foto dei 4 figli di Rose e Thomas Barwuah – Abigail, 25, Mario, 22, Enoch, 19 e Angel, 13. Ma è Mario a prendere il palco centrale. Ci sono foto di lui neonato, dei suoi primi passi nella città siciliana di Palermo, calciando un pallone, ben vestito ad una festa di famiglia e facendo la lotta col fratello Enoch, sotto la supervisione di Rose.

Ma Mario non è più in strette relazioni con i suoi genitori biologici che ha accusato di essere cacciatori di gloria, affermando che sono tornati a cercarlo solo dopo che lui è diventato ricco. Il bambino ai primi passi è diventato un attaccante del Manchester City e vincitore della Champions League valutato oltre 40 milioni di sterline. Il giocatore chiamato “Super Mario” afferma che i suoi genitori naturali l’abbiano abbandonato quando aveva due anni di vita. […]

Nana Kwadwo Barwuah, il nonno biologico di Balotelli, prende una foto di un Mario di tre anni tenendo un pallone. E’ stata presa da una casa di un amico a Vicenza, 90 minuti di auto da Bagnolo Mella e suo figlio Thomas gliel’ha spedita. “Mio nipote era destinato a giocare a calcio” […]. Poi continua spiegando le circostanze che hanno portato all’adozione di Mario Balotelli da parte della ricca e influente famiglia italiana Israeli Balotelli: “Suo padre Thomas mi chiamò quando il ragazzo aveva 2 anni e volevano darlo in adozione, perché non potevano raccogliere i soldi per le sue cure mediche” Nana Barwuah enfatizza, accentuando che il ragazzo era nato con alcuni problemi di salute. “Io feci obiezione all’idea di darlo in adozione, ma c’era la preoccupazioni in mio figlio ed in sua moglie Rose che il loro figlio potesse morire. In un’occasione hanno anche invitato un pastore per battezzarlo, in modo che dopo la morte fosse potuto andare in paradiso”. Tutto ciò è culminato con la decisione di dare il bambino in adozione. Mister Barwuah – un povero ‘lavoratore del metallo’, come si definisce – è un uomo orgoglioso. Ma la tensione sul suo volto è evidente quando racconta al giornalista che Balotelli l’ha invitato soltanto una volta ad una partita da quando ha cominciato a giocare ed è successo quando l’Inter vinse contro il Chelsea per 2 a 1 a San Siro in Champions League. “Un giorno ha dato quattro biglietti al suo fratello Enoch” dice Mr. Barwuah “Io chiesi se sarei potuto andare a vedere la partita e lui rispose che i biglietti erano di Enoch e che poteva farci quello che voleva. Non si è mai ricordato di noi. Non un compleanno, non un Natale, niente.”

Mario Balotelli è nato a Palermo ed i Balotelli, una famiglia bianca italiana, vivevano in una grande casa a Concesio, un’agiata città sei miglia a nord di Brescia. Loro hanno potuto offrire al Mario di due anni uno stile di vita che Mr Barwuah e sua moglie potevano soltanto sognare, divenendo i suoi genitori affidatari dopo una sentenza del tribunale.

“Abbiamo voluto nostro figlio indietro per più di 10 anni, ma ogni volta che ci abbiamo provato il tribunale ci ha bloccato e come gli anni passavano, lui diventava sempre più freddo nei nostri confronti. I Balotelli conoscono molte persone e sono influenti e noi non abbiamo potuto fare niente” […].

Nel 2008, al suo diciottesimo compleanno, Balotelli ha preso la cittadinanza italiana ed alla cerimonia a Concesio i Barwuah non sono stati invitati. E’ stato sempre nel 2008 che Balotelli ha dichiarato, durante una intervista televisiva, che i suoi genitori biologici l’avrebbero abbandonato in ospedale. “Se non fossi diventato Mario Balotelli i Barwuah non si sarebbero più interessati a me” ha dichiarato. Mr. Barwuah afferma: “Mario è convinto che lo abbiamo abbandonato in un ospedale, ma questo non è vero. Questo è quello che la famiglia Balotelli ha messo nella sua testa e ci ferisce veramente”.

Un fine settimana di relax

•marzo 24, 13 • Lascia un commento

Busua è la spiaggia di Takoradi. A 30 km dal capoluogo della Western Region, questo villaggio di pescatori è diventata la metà sia della classe media ghanese, sia di gran parte della fauna internazionale che gravita attorno alla città. In realtà è meta prediletta dei giovani “zaino in spalla” e surf, perché vi si trovano sistemazioni non troppo costose e le onde del golfo sono ideali per i principianti della tavola, tanto che un australiano vi ha aperto una scuola di surf. Ci sono però anche alcune sistemazioni di ottimo livello, come il Busua Inn (è di una coppia di francesi e ci si mangia anche molto bene…), il Busua Beach Resort o l’African Rainbow Resort, in cui rilassarsi e farsi coccolare spendendo tra i 50 ed i 100 $ a notte.

Per noi è una metà frequente: ad un’ora da Axim, col mare non troppo mosso per il nostro spericolato bamboccio, con un po’ di vita sociale che ogni tanto ci manca.

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In bici a comprare il pane

•marzo 12, 13 • Lascia un commento

L’Elena, per Natale, mi ha regalato una bici per i miei giri tra casa nostra ed Axim. Per raggiungere il paese dalla nostra abitazione ci sono infatti un paio di km di strada, serviti abbastanza bene da taxi e furgoni, ma il mezzo pubblico in Africa non è mai una garanzia di spostamento in tempi brevi… quindi con la bici ho guadagnato in autonomia e rapidità.

L’Africa però è un continente dove l’uomo bianco viaggia di solito nel suo SUV, frequentemente a finestrini chiusi ed aria condizionata sparata, fregandosene del polverone che alza dalle strade solitamente sterrate. Polvere che poi si deposita sulle case vicine e sugli altri utenti della strada… ciclisti compresi. Quando piove è anche peggio: evitare il fango schizzato da un SUV richiede abilità sovrumane! Quindi vedere un bianco in bici è già di per se un evento inusitato. Ecco, a questo va aggiunto che ogni tanto parto alla volta di Axim con Martino, nostro figlio di 14 mesi, nello zaino sulle mie spalle. Come stamattina, quando sono andato a comprare il pane.

Al nostro arrivo qua in Ghana raccontavo di come girare per Axim con un passeggino attirasse su di noi l’attenzione di tutto il paese, ora che il passeggino è sdoganato (ne abbiamo visto un altro girare!) dovevamo pur trovare qualcosa con cui provocare  l’ilarità dei nostri compaesani…

Razzismo

•febbraio 15, 13 • 1 commento

E’ sempre disgustoso assistere ad una scena di esplicito razzismo. Capita, mi è capitato, nel nostro paese di vedere trattare i migranti con superbia, spesso anche senza un esplicito comportamento razzista, basta un più velato atteggiamento di superiorità nei confronti del diverso, anche solo l’istituzionale percorso ad ostacoli che un extracomunitario deve compiere per un permesso di soggiorno è profondamente “razzista”. Raramente però ci si ricorda quanto lo si sia stati noi vittima di discriminazioni: Ellis Island, la Svizzera che vietava l’ingresso nei locali ai “cani ed agli italiani”. Siamo un popolo senza memoria ed il benessere c’ha montato la testa. Il razzismo ti fa sentire veramente diverso, ti fa sentire ospite indesiderato in casa di altri.

I ghanesi sono ospiti eccezionali, quante volte al giorno mi sento gridare dietro: “welcome!” da qualcuno di loro! Ed anche se ti chiamano “obrowni” (che in lingua fanti significa “uomo bianco”), lo fanno più per entrare in contatto con te, per comunicare, più che per altro. Se poi tu gli rispondi chiamandoli “obibini” (uomo nero), il loro entusiasmo ti conferma le buone intenzioni. Come in ogni parte del mondo, però, ci sono le mele marce ed anche qua esiste il razzismo. Al contrario: verso il bianco. Tutte le giustificazioni del caso sono comprensibili – i soprusi subiti, la condizione dell’Africa sicuramente responsabilità dell’Occidente – ma il disgusto rimane. Soprattutto se lo subisci sulla tua pelle.

Una prepotenza subita da un irrispettoso guidatore di SUV, mentre stavo camminando con mio figlio nel passeggino, ha visto la mia reazione esplosa in un “Idiot!” gridato in direzione dell’arrogante autista. Chiaramente ci si deve aspettare una risposta se si chiama qualcuno “idiota”, ma una mano al collo del sottoscritto ed un grido “I hate you people!” (“Vi odio voi!”) ti fa sentire impotente, ti fa sentire ospite indesiderato, ti fa quasi odiare… se non fosse per la solidarietà che subito raccogli tra gli altri locali, imbarazzati più di te per il razzismo del loro connazionale. Ecco, mi auguro solo che a casa mia, davanti ad una scena analoga, un ghanese avrebbe potuto trovare la stessa solidarietà dai miei connazionali.

Viaggiare in Africa

•gennaio 17, 13 • 1 commento

Se qualcuno pensasse ad una vacanza rilassante e senza intoppi, probabilmente l’Africa non dovrebbe essere il luogo giusto a cui puntare. Ci sono posti meravigliosi, parchi mozzafiato, musica e cultura di cui fare il pieno, ma il turismo ancora – purtroppo o per fortuna – è in fase embrionale e le strutture ricettive non sono molte e molto spesso difettano in organizzazione. Certo, se si punta al lusso e all’esclusività è un altro paio di maniche, ma se ci si affida al turismo “fai da te”, bisogna mettere in conto una buona dose di pazienza… noi, ad esempio, veniamo da dieci giorni di turismo tra Estern e Volta Region, in un paese (il Ghana) che è spesso definito “l’Africa dei principianti” per facilità di movimento… ma, anche qua, non sempre tutto fila liscio.

La nostra prima tappa è Accra e lì ci affidiamo al nostro hotel di fiducia, Chez Lien, in piena Osu, il quartiere internazionale. Quindi andiamo sicuri e tranquilli… sbagliando: avevamo prenotato tre camere ben precise, per cominciare ce ne danno altre tre, in nessuna di queste c’è quello che deve esserci (asciugamani, sapone, frigo funzionante, …). Chiediamo di rimediare e vediamo il personale in fermento: chi va a comprare dei nuovi asciugamani, chi si scusa per i problemi procurati, chi allaga camere cercando di aggiustare frigoriferi. Comunque sia, dopo qualche ora e tanta pazienza, le nostre camere sono a posto. Da Accra ci spostiamo ad Akosombo, di fianco alla diga (costruita dagli italiani) sul fiume Volta e da qui in un rifugio sui monti al confine col Togo. I posti meravigliosi, le strutture turistiche sempre in affanno…

Una delle cose che probabilmente meraviglia di più il turista occidentale, sono i tempi d’attesa per i pasti al ristorante. Raramente questi hanno piatti pronti, molto più spesso – soprattutto in zone e locali non troppo frequentati – ti cucinano il pasto nel momento in cui lo ordini. Anche perché i clienti spesso sono pochi e non conviene cucinare in anticipo per poi rischiare di buttar via tutto. Quindi si vede questo stuolo di camerieri (è incredibilmente alto il rapporto camerieri/clienti rispetto alle nostre latitudini, probabilmente perché qua la manodopera costa veramente poco) a far conversazione tra di se, mentre ti stai digerendo lo stomaco dalla fame. Il trucco è prenotare in anticipo non solo il tavolo, ma anche il piatto che vuoi, concordando l’ora del pasto con il ristoratore.

Ecco, probabilmente tutto ciò è riconducibile ad un diverso ritmo della vita, ad una diversa rilevanza data allo scorrere del tempo. In vacanza poi è quasi una divertente prova zen fare i conti con questa snervante lentezza, in cui il tempo è a tuo servizio e non il contrario. E’ un elemento caratterizzante del viaggiare in Africa, che va messo in conto, se vuoi conoscere un po’ questo continente.

Il maialino

•novembre 13, 12 • Lascia un commento

Ho raccontato, qualche settimana fa, come, per quanto assurdo possa sembrare, reperire verdura non sia la cosa più semplice in certe zone rurali dell’Africa Subsahariana. In realtà anche trovare della carne non è poi così semplice, probabilmente perché quella che si consuma proviene dagli animali di bassa corte che ogni famiglia alleva intorno alle proprie case… spesso facendoli abbeverare e grufolare nelle fogne a cielo aperto dei centri abitati. Quindi raramente succede di comprare animali, per questo il mercato ha una scarsissima offerta ed i prezzi sono alti.

Volendo mangiare carne ogni tanto, ci siamo messi alla ricerca di chi potesse vendercene, attenti anche alle condizioni sanitarie degli allevamenti. Inizialmente abbiamo provato coi polli. Ne abbiamo trovati: belli, sani, allevati lontano dall’immondizia. Avviciniamo l’allevatore che ce li offre per 25 cedis l’uno (più di 10 €!). Lasciamo perdere. Poi veniamo a sapere che la sorella del nostro watchman ha un piccolo allevamento di maiali. Beh, sono due mesi che non mangiamo maiale, perché no! Chiediamo a Patrick, il nostro uomo, di chiedere alla sorella e di farci sapere. In Africa non bisogna aver fretta: dopo una settimana il guardiano appare con una foto di un maialino fatta dal cellulare: “Vi può andar bene questo?”. Fingiamo sicurezza (né io né la mia compagna abbiamo mai comprato un maialino…) e rispondiamo: “Certo, è proprio quello che stavamo cercando! Quanto costa?”. “Non lo so, devo chiedere a mia sorella”. In Africa non bisogna avere fretta. Il giorno dopo ci comunica il prezzo, due giorni dopo ci accordiamo per andare a prendere la bestiola. Il terzo giorno, in taxi, ci dirigiamo in un quartiere di Axim un po’ periferico, sul mare, un posto meraviglioso… il maiale sarà sicuramente una delizia. Carichiamo il porcello strillante nel bagagliaio del taxi (con immensa gioia del driver e di tutti gli abitanti del quartiere che ci osservano sbigottiti) e lo portiamo a casa.

Tralascio i dettagli sulla macellazione fatta nel nostro giardino dal guardiano, sicuramente uno spettacolo drammatico a cui non siamo più avvezzi comprando le fettine al bancone carni della COOP… sta di fatto che per qualche settimana avremo la nostra dose di proteina animale a saziare anima e corpo. Tutto, chiaramente, a chilometro zero… o al massimo 3 o 4, via!

Beyin e Nzulezo

•novembre 10, 12 • Lascia un commento

Nella Tourist Map of Ghana che abbiamo trovato in casa, abbiamo notato un luogo con rilevanza turistica a poche decine di chilometri da Axim: Nzulezo – Settlements on Water [Insediamenti sull’Acqua]. Incuriositi da questa indicazione e dalla descrizione entusiastica della nostra guida Lonely Planet (anche se questo non sempre è garanzia di altrettanto entusiasmo per il guidato), ci dirigiamo verso ovest, facendo tappa al Beyin Beach Resort, una gradevole struttura alberghiera che affitta bungalow e stanze in riva al mare.

Per arrivare a Nzulezo c’è un solo mezzo: la barca. Il villaggio difatti è circondato da acqua ed è costituito interamente da palafitte. Per questo cerchiamo di partire presto al mattino (non facile con un bimbo di 10 mesi…), anche perché le barche sono in realtà canoe di un paio di metri, con propulsione umana e senza copertura… ed il sole picchia. Paghiamo il trasporto e saliamo sulla nostra barchetta. Il primo tratto del viaggio è in un canale artificiale, che – ci dice il nostro caronte – è stato costruito dagli olandesi per permettere agli abitanti di Nzulezo di raggiungere Beyin con la barca. Fino ad una decina di anni fa, difatti, solo l’ultimo tratto dello spostamento era in barca, il resto a piedi in una palude popolata da sanguisughe e… coccodrilli!

Dopo il canale artificiale ed un paio di tratti nella giungla chiusa, il panorama si apre in una vasta laguna, circondata da foresta. Il panorama è mozzafiato ed il villaggio che si avvicina ad ogni pagaiata ti fa desiderare di mollare tutto e trasferirti qui. Il villaggio è effettivamente tutto su palafitte, anche la strada centrale (chiamata High Road dai locali) è un tavolato sospeso sull’acqua. Scendiamo, ci prendiamo due bibite al baretto e ci viene raccontato che l’acqua sotto di noi è usata sia per bere, che per lavarsi, che per scaricare tutti i rifiuti organici e non delle abitazioni… e ci passa un po’ la voglia di trasferirsi qua, magari ecco: ci torneremo di sicuro, ma solo per qualche ora…

Ci viene chiesto di lasciare un’offerta per la scuola, mentre nostro figlio viene “rapito” dai bambini del posto, curiosi nel vedere una pelle così chiara su un bimbo così piccolo.

Torniamo a Beyin scottati dal sole e pieni di sentimenti contrastanti su un posto splendido, sicuramente, ma anche tanto fragile e pieno di contraddizioni, come spesso è questa benedetta Africa.