Viaggiare in Africa

•gennaio 17, 13 • 1 commento

Se qualcuno pensasse ad una vacanza rilassante e senza intoppi, probabilmente l’Africa non dovrebbe essere il luogo giusto a cui puntare. Ci sono posti meravigliosi, parchi mozzafiato, musica e cultura di cui fare il pieno, ma il turismo ancora – purtroppo o per fortuna – è in fase embrionale e le strutture ricettive non sono molte e molto spesso difettano in organizzazione. Certo, se si punta al lusso e all’esclusività è un altro paio di maniche, ma se ci si affida al turismo “fai da te”, bisogna mettere in conto una buona dose di pazienza… noi, ad esempio, veniamo da dieci giorni di turismo tra Estern e Volta Region, in un paese (il Ghana) che è spesso definito “l’Africa dei principianti” per facilità di movimento… ma, anche qua, non sempre tutto fila liscio.

La nostra prima tappa è Accra e lì ci affidiamo al nostro hotel di fiducia, Chez Lien, in piena Osu, il quartiere internazionale. Quindi andiamo sicuri e tranquilli… sbagliando: avevamo prenotato tre camere ben precise, per cominciare ce ne danno altre tre, in nessuna di queste c’è quello che deve esserci (asciugamani, sapone, frigo funzionante, …). Chiediamo di rimediare e vediamo il personale in fermento: chi va a comprare dei nuovi asciugamani, chi si scusa per i problemi procurati, chi allaga camere cercando di aggiustare frigoriferi. Comunque sia, dopo qualche ora e tanta pazienza, le nostre camere sono a posto. Da Accra ci spostiamo ad Akosombo, di fianco alla diga (costruita dagli italiani) sul fiume Volta e da qui in un rifugio sui monti al confine col Togo. I posti meravigliosi, le strutture turistiche sempre in affanno…

Una delle cose che probabilmente meraviglia di più il turista occidentale, sono i tempi d’attesa per i pasti al ristorante. Raramente questi hanno piatti pronti, molto più spesso – soprattutto in zone e locali non troppo frequentati – ti cucinano il pasto nel momento in cui lo ordini. Anche perché i clienti spesso sono pochi e non conviene cucinare in anticipo per poi rischiare di buttar via tutto. Quindi si vede questo stuolo di camerieri (è incredibilmente alto il rapporto camerieri/clienti rispetto alle nostre latitudini, probabilmente perché qua la manodopera costa veramente poco) a far conversazione tra di se, mentre ti stai digerendo lo stomaco dalla fame. Il trucco è prenotare in anticipo non solo il tavolo, ma anche il piatto che vuoi, concordando l’ora del pasto con il ristoratore.

Ecco, probabilmente tutto ciò è riconducibile ad un diverso ritmo della vita, ad una diversa rilevanza data allo scorrere del tempo. In vacanza poi è quasi una divertente prova zen fare i conti con questa snervante lentezza, in cui il tempo è a tuo servizio e non il contrario. E’ un elemento caratterizzante del viaggiare in Africa, che va messo in conto, se vuoi conoscere un po’ questo continente.

Il maialino

•novembre 13, 12 • Lascia un commento

Ho raccontato, qualche settimana fa, come, per quanto assurdo possa sembrare, reperire verdura non sia la cosa più semplice in certe zone rurali dell’Africa Subsahariana. In realtà anche trovare della carne non è poi così semplice, probabilmente perché quella che si consuma proviene dagli animali di bassa corte che ogni famiglia alleva intorno alle proprie case… spesso facendoli abbeverare e grufolare nelle fogne a cielo aperto dei centri abitati. Quindi raramente succede di comprare animali, per questo il mercato ha una scarsissima offerta ed i prezzi sono alti.

Volendo mangiare carne ogni tanto, ci siamo messi alla ricerca di chi potesse vendercene, attenti anche alle condizioni sanitarie degli allevamenti. Inizialmente abbiamo provato coi polli. Ne abbiamo trovati: belli, sani, allevati lontano dall’immondizia. Avviciniamo l’allevatore che ce li offre per 25 cedis l’uno (più di 10 €!). Lasciamo perdere. Poi veniamo a sapere che la sorella del nostro watchman ha un piccolo allevamento di maiali. Beh, sono due mesi che non mangiamo maiale, perché no! Chiediamo a Patrick, il nostro uomo, di chiedere alla sorella e di farci sapere. In Africa non bisogna aver fretta: dopo una settimana il guardiano appare con una foto di un maialino fatta dal cellulare: “Vi può andar bene questo?”. Fingiamo sicurezza (né io né la mia compagna abbiamo mai comprato un maialino…) e rispondiamo: “Certo, è proprio quello che stavamo cercando! Quanto costa?”. “Non lo so, devo chiedere a mia sorella”. In Africa non bisogna avere fretta. Il giorno dopo ci comunica il prezzo, due giorni dopo ci accordiamo per andare a prendere la bestiola. Il terzo giorno, in taxi, ci dirigiamo in un quartiere di Axim un po’ periferico, sul mare, un posto meraviglioso… il maiale sarà sicuramente una delizia. Carichiamo il porcello strillante nel bagagliaio del taxi (con immensa gioia del driver e di tutti gli abitanti del quartiere che ci osservano sbigottiti) e lo portiamo a casa.

Tralascio i dettagli sulla macellazione fatta nel nostro giardino dal guardiano, sicuramente uno spettacolo drammatico a cui non siamo più avvezzi comprando le fettine al bancone carni della COOP… sta di fatto che per qualche settimana avremo la nostra dose di proteina animale a saziare anima e corpo. Tutto, chiaramente, a chilometro zero… o al massimo 3 o 4, via!

Beyin e Nzulezo

•novembre 10, 12 • Lascia un commento

Nella Tourist Map of Ghana che abbiamo trovato in casa, abbiamo notato un luogo con rilevanza turistica a poche decine di chilometri da Axim: Nzulezo – Settlements on Water [Insediamenti sull’Acqua]. Incuriositi da questa indicazione e dalla descrizione entusiastica della nostra guida Lonely Planet (anche se questo non sempre è garanzia di altrettanto entusiasmo per il guidato), ci dirigiamo verso ovest, facendo tappa al Beyin Beach Resort, una gradevole struttura alberghiera che affitta bungalow e stanze in riva al mare.

Per arrivare a Nzulezo c’è un solo mezzo: la barca. Il villaggio difatti è circondato da acqua ed è costituito interamente da palafitte. Per questo cerchiamo di partire presto al mattino (non facile con un bimbo di 10 mesi…), anche perché le barche sono in realtà canoe di un paio di metri, con propulsione umana e senza copertura… ed il sole picchia. Paghiamo il trasporto e saliamo sulla nostra barchetta. Il primo tratto del viaggio è in un canale artificiale, che – ci dice il nostro caronte – è stato costruito dagli olandesi per permettere agli abitanti di Nzulezo di raggiungere Beyin con la barca. Fino ad una decina di anni fa, difatti, solo l’ultimo tratto dello spostamento era in barca, il resto a piedi in una palude popolata da sanguisughe e… coccodrilli!

Dopo il canale artificiale ed un paio di tratti nella giungla chiusa, il panorama si apre in una vasta laguna, circondata da foresta. Il panorama è mozzafiato ed il villaggio che si avvicina ad ogni pagaiata ti fa desiderare di mollare tutto e trasferirti qui. Il villaggio è effettivamente tutto su palafitte, anche la strada centrale (chiamata High Road dai locali) è un tavolato sospeso sull’acqua. Scendiamo, ci prendiamo due bibite al baretto e ci viene raccontato che l’acqua sotto di noi è usata sia per bere, che per lavarsi, che per scaricare tutti i rifiuti organici e non delle abitazioni… e ci passa un po’ la voglia di trasferirsi qua, magari ecco: ci torneremo di sicuro, ma solo per qualche ora…

Ci viene chiesto di lasciare un’offerta per la scuola, mentre nostro figlio viene “rapito” dai bambini del posto, curiosi nel vedere una pelle così chiara su un bimbo così piccolo.

Torniamo a Beyin scottati dal sole e pieni di sentimenti contrastanti su un posto splendido, sicuramente, ma anche tanto fragile e pieno di contraddizioni, come spesso è questa benedetta Africa.

Il mercato di Aiyinasi

•ottobre 26, 12 • Lascia un commento

Nelle zone rurali dell’Africa Subsahariana, avere una dieta variegata non è sempre semplice. I pasti locali sono caratterizzati da una base di cereali (di solito sotto forma di polente di vario tipo e fattura) e da una zuppa o uno stufato per insaporire la base. Poche varianti, pochissima verdura. Con un bimbo al seguito la verdura è fondamentale, nei primi giorni qua Martino si è adattato a nutrirsi dei soliti due o tre vegetali facilmente disponibili (cavolo cappuccio, cassava, qualche carota), d’altra parte erano le verdure che si mangiava in pancia della mamma quando eravamo in Mozambico… quindi sapori conosciuti. La svolta è arrivata quando c’hanno consigliato di andare al mercato di Aiyinasi.

In un’ora scarsa di taxi, cambiando a Esiama, si arriva a questa cittadina, sulla strada per la Cote d’Ivoire. Il mercato è meraviglioso e si tiene per soli due giorni alla settimana: il martedì ed il venerdì. I contadini dalle campagne portano le loro merci vendendoli a prezzi più bassi che quelli praticati qui ad Axim, ma i prodotti disponibili non sono soltanto quelli locali: si trova l’esotica mela, la rara lattuga, la preziosa patata, l’introvabile mandarino. Contrattare è d’obbligo, visto anche che il colore sbiadito della mia pelle fa schizzare i prezzi alle stelle, ma le soddisfazioni sono a portata di mano. Sapere qualche parola di Nzema (la lingua locale) aiuterebbe, anche perché non tutti parlano inglese… Il mercato non si limita solo alla frutta ed alla verdura, ma offre di tutto: dai casalinghi al pesce affumicato, dall’abbigliamento nuovo ed usato a delle vere prelibatezze locali come i lumaconi con cui fare la zuppa… per questi ultimi Martino dovrà aspettare un po’ prima di provarli…

Taxi!

•ottobre 23, 12 • Lascia un commento

I taxi sono il mezzo di trasporto principe in Ghana. Gli sharing taxi (i taxi comuni, da condividere con altre persone) sono i più usati e passano in abbondanza di fronte a casa nostra nelle due direzioni: Axim da una parte, l’highway per Takoradi e la Cote d’Ivoire dall’altra. Ci sono anche i Tro-Tro, i furgoncini, ma questi fanno soprattutto lunghi tragitti, mentre il taxi serve principalmente per gli spostamenti brevi. Per salirci su basta alzare il braccio e sperare che ci sia un posto disponile, altrimenti arriva la sfanalata, inconfondibile messaggio che spegne le speranze quando il taxi è pieno. Ed allora non rimane altro che aspettare l’auto successiva e ribadire la richiesta. I tempi d’attesa comunque non sono mai troppo lunghi ed il prezzo è contenuto: una mezz’ora in extraurbano non costa più di un euro.

Lo sharing taxi è anche un mezzo per socializzare e conoscere persone, per ascoltare la radio a tutto volume e, in questo periodo di campagna elettorale, per discutere animatamente sulla validità di questo o quel candidato, o di questo o quel partito politico.

I più sono vecchie Opel o Fiat (ci sono delle bellissime Tipo ed anche qualche Duna Weekend!) che cigolano, arrancano, sbuffano e gemono, ma ci sono anche nuovissime auto asiatiche che macinano chilometri di asfalto ogni giorno. Ogni taxi comunque è un’alchimia che solo il suo driver conosce fino in fondo… e se vedi dei fili ciondoli, non ti venga in mente di toccarli, perché potrebbero essere il comando del tergicristallo, del finestrino (com’è successo al sottoscritto), od addirittura i cavi per l’accensione dell’auto. Ma tutto sembra funzionare perfettamente ed andare… finché l’alchimia non si rompe… ed allora non resta che scendere ed aspettarne un altro.

Un passeggino per Axim

•ottobre 08, 12 • 2 commenti

Così siamo tornati in Africa: costa occidentale del Ghana, Distretto Nzema East. Spostare una famiglia intera, con tanto di pupo di 8 mesi, prevede un vero e proprio trasloco: lettini, materassi, giochi, vestiti, pentole e pentoline, cibi speciali per l’infanzia, … Un oggetto che è stato fonte di confronto tra mamma e babbo è stato il passeggino: portarlo e sembrare degli alieni in un continente dove i bimbi vengono legati sulla schiena, o rinunciare snaturando così le nostre abitudini e le nostre colonne vertebrali? Alla fine ha vinto la comodità, per l’integrazione invece faremo perno su altri aspetti.

Così il nuovo passeggino, decorato con due belle zebrone per sentirsi un po’ meno “diversi”, ha cominciato a sfrecciare per le strade di Axim, suscitando l’ilarità e lo stupore un po’ di tutti. In realtà nascono anche accese discussioni, alle quali seguono duri rimproveri perché “sembra essere una vera tortura lasciare un bimbo legato in quest’affare di plastica e con questo caldo, perché non te lo leghi sulla schiena?!?”. Vai a spiegare che per legarsi Martino sulla schiena mamma e babbo hanno bisogno di una ventina di minuti e di vari tentativi e che, una volta riusciti nell’impresa, il pupo non sembra proprio gradire questa forma di trasporto stretta e sudaticcia.

Nei piccoli ghanesi poi il passeggino suscita un vero e proprio terrore, non ci siamo spiegati se per l’arnese in se o per la rarità di vedere un bambino bianco da queste parti, visto che di rado i cooperanti hanno famiglia e, soprattutto, figli al seguito.

Insomma, credo che se avessimo voluto fare sapere a tutti che siamo arrivati ad Axim, questa del passeggino sarebbe stata una scelta ben fatta.

Da Caia a Chimuara

•ottobre 09, 11 • Lascia un commento

Domenica mattina. Facciamo una passeggiata per raggiungere il ristorante di un amico italiano di là dallo Zambeze. Una decina di chilometri. Partiamo presto, per poter evitare il sole forte della tarda mattinata, anche se la giornata è nuvolosa e l’estate non è ancora arrivata. La sera precedente c’è stato un concerto al campo sportivo fino a tardi, quindi Caia è ancora addormentata… ma al mercato qualche banchino è comunque aperto. Veniamo fermati più volte lungo la strada polverosa: uno dei compagni di passeggiata è una vecchia conoscenza di Caia, appena tornato dopo qualche mese di lontananza. E’ bello vedere come la gente gli sia affezionata e riconosca il suo impegno qua, non tutti gli italiani che passano da Caia possono vantare un affetto tanto incondizionato, come quello che i caiensi provano per Andrea dopo 6 anni di attività tra il microcredito e la banca di Sena.

Passiamo la Piazza del Partito, la Pensione Maia e prendiamo il cortamato che passa davanti alla moschea e sbuca alla Paragem da Beira, il groviglio di baracche, genti e merci della fermata dell’autobus per Beira. Gli occhi dei locali sono puntati su di noi: tre azungo che camminano e non vanno su un gippone, non sono una cosa comune da vedere da queste parti. Camminiamo lungo la Estrada Nacional n°1, costeggiando gli orticelli sul margine dello Zambeze, fino al Ponte Emilio Armando Guebuza, il ponte che collega Nord e Sud del Mozambico, inaugurato 3 anni fa e costruito da italiani, portoghesi, cinesi, svedesi.

Il livello del fiume è basso, non fa paura, ma Andrea racconta a me e Maddalena di piene impressionanti, di coccodrilli ed ippopotami e di quando ancora non c’era il ponte ed un camion poteva attendere anche una settimana prima che l’unica chiatta disponibile (negli ultimi anni erano poi due) potesse portarlo dall’altro lato, in Zambesia. Anche noi ci arriviamo in Zambesia, dopo poco più di 8 km di cammino. Le bici-taxi ci guardano stupiti e commentano. Le donne sedute ad aspettare lo chapa ridacchiano nel vederci passare. Chimuara è il primo abitato di là dal fiume, Distretto di Mopeia, ma tutti gravitano su Caia da quando c’è il ponte.

Siamo arrivati alla nostra meta dopo due ore di cammino e ci godiamo il nostro refresco.